Conflitti fra bambini

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Conflitti fra bambini

JESPER JUUL

Spesso mi viene posta la seguente domanda: “Come si deve intervenire nei conflitti tra i bambini?” A chiedermelo sono genitori che non si sentono sicuri o che hanno avuto esperienze negative con una certa modalità di intervento. Ovviamente la risposta a questa domanda dipende da moltissimi fattori: il modo di essere dei bambini, la loro età, gli eventuali motivi per cui l’adulto si sente in dovere di intervenire, la natura del conflitto etc. Quella che segue, dunque, non è una risposta concreta o un manuale di istruzioni, ma una serie di valutazioni che spero possano essere ispiranti per il lettore che sta cercando le sue soluzioni.

Cos’è un conflitto

La convivenza e l’interazione con le altre persone non sono possibili senza conflitti, indipendentemente dal fattore età. L’unica cosa che possiamo decidere è come porci rispetto ad essi ogni volta che si verificano. Alcuni di noi sono cresciuti in famiglie nelle quali tutti i conflitti venivano nascosti sotto al tappeto, perciò non li sopportano e sono privi dell’allenamento per affrontarli. Altri provengono da famiglie in cui c’erano conflitti e scontri perenni, che li hanno fatti soffrire perché non venivano mai risolti. Questi ultimi, una volta adulti e con una loro famiglia, sono generalmente inclini a reprimere i conflitti, che per loro sono sinonimi di infelicità.
Noi che oggi abbiamo una nostra famiglia, siamo cresciuti perlopiù in un momento storico in cui gli adulti ritenevano in piena buona fede che bisognasse tenere i bambini all’oscuro dei conflitti, mentre altri appartengono a una generazione in cui spesso l’esasperazione dei conflitti ha portato alla separazione dei genitori: in entrambi i casi si avrà una sorta di doppio atteggiamento rispetto ai conflitti all’interno delle proprie famiglie.
Un conflitto si solleva nel momento in cui due persone hanno bisogni e desideri contrastanti, o qualche volta anche solo un po’ diversi. Ma, visto che non esistono due persone uguali su tutta la terra, ogni giorno ci imbatteremo in nuovi conflitti. Inoltre, c’è da aggiungere il fatto che non di rado entriamo in conflitto anche con noi stessi: una parte di noi vuole una cosa e una parte ne vuole un’altra.
Quando percepiamo un bisogno, possono svilupparsi i due seguenti processi:
1) bisogno – soddisfazione – pace: sentiamo una necessità (ad esempio di cibo), quindi mangiamo e infine siamo sazi.
2) bisogno – frustrazione – lotta – dolore – pace: sentiamo un bisogno (ad esempio che qualcuno ci stia vicino), ma l’altro non è disponibile; ci sentiamo frustrati e cerchiamo di stabilire un contatto, ma veniamo rifiutati; proviamo dispiacere, piangiamo e infine ci calmiamo.

Un fraintendimento di interpretazione

Il processo numero 1) corrisponde alla nostra idea comune di paradiso, mentre il numero 2) è quello che incontriamo più spesso nella nostra esperienza quotidiana sulla terra, perciò ora vorrei guardare più da vicino i concetti di “lotta” e di “dolore”.
Quando avvertiamo un bisogno, quale ad esempio: “vorrei tanto che mettessi via il libro e ti interessassi un po’ a me”, la prima cosa da fare (che per molti adulti è anche la più difficile) sarebbe esprimere a voce la propria necessità. Molti di noi però sono cresciuti in famiglie nelle quali veniva considerato sbagliato o egoista anche solo il fatto di esprimere a parole ciò che desideravamo, con il risultato che da grandi spesso passiamo direttamente allo stato di frustrazione, che si manifesta in espressioni del tipo: “devi sempre leggere?”, “Perché non mi chiedi mai niente?”, “Non ti interessi mai a me!” e così via.
Ma anche quando riusciamo a dare espressione al nostro bisogno, possiamo rischiare che l’altro ci risponda dicendo “ora non ho tempo”, “non ho voglia di parlare con te adesso, non puoi aspettare domani?” oppure anche rivolgendosi a noi con un irritante: “e adesso che c’è?!”. Quando accade questo comincia la lotta o, come preferisco chiamarla, la negoziazione, perché non voglio far pensare a una lotta in termini di guerra.
Anche il più bravo dei negoziatori però può perdere, ed è questa spesso la situazione di un bambino con un adulto di fronte a richieste come: “Mi compri il gelato?”, “Posso rimanere sveglio ancora un po’?”. A volte i bisogni sono così diversi che il nostro non può essere soddisfatto e quando ciò accade c’è solo una cosa che possiamo fare: piangere sulla nostra sconfitta. Vivere il dolore che proviamo è l’unico modo per ristabilire il nostro equilibrio interiore e riportare dentro di noi la calma. Non ottenere ciò che desideriamo, è sempre una sconfitta dolorosa. Può trattarsi di un bisogno non particolarmente importante, per cui percepiremo il dolore come una lieve delusione, oppure di qualcosa di così essenziale che il dolore ci sembrerà travolgente.
Da bambini molti di noi non hanno avuto la possibilità di elaborare i propri piccoli, medi o grandi dolori, perché gli adulti intervenivano dicendoci: “Ora cerca di essere bravo (ragionevole, giudizioso, grande)”; “Smettila di fare i capricci!”; “Non voglio più sentire queste stupidaggini!”.
Eravamo costretti a ingoiare il dolore e a tenerci la nostra frustrazione. Pian piano ci siamo adattati e dopo sette o otto anni di allenamento siamo stati capaci di indossare la maschera di giudiziosi, ragionevoli, bravi, adulti. Così i nostri genitori si sono potuti congratulare con se stessi perché, almeno all’apparenza, eravamo diventati “armonici” (ovvero non fastidiosi).
Uno dei risultati di questo fraintendimento di interpretazione è che molti di questi bambini poi da adulti hanno perso ormai la percezione del dolore. Sentono direttamente la frustrazione e reagiscono urlando, sgridando, rimproverando e picchiando, ogni volta che non possono ottenere quello che vogliono. Questo atteggiamento ovviamente spesso impedisce loro di ottenere quello che desiderano e inoltre li lascia con un senso di insoddisfazione anche quando coloro che li circondano cercano di essere all’altezza delle loro aspettative.

Il fattore culturale

Oltre ai meccanismi psicologici, nella questione interviene anche un fattore culturale. In Scandinavia, ad esempio, spesso sono il silenzio e la distanza a segnalare un conflitto, a differenza dei paesi del sud in cui esso si manifesta prevalentemente in litigi, urla e in una significativa attività fisica.
I bambini che crescono in Scandinavia, quindi, spesso percepiscono i conflitti, anche se il loro preciso contenuto rimane avvolto nel mistero. Succede allora spesso che i bambini traggano la conclusione di essere loro stessi il problema, anche se in un modo vago e indistinto.
Ciò non significa che gli urli e gli strilli rappresentino un modo “migliore” di gestire i litigi: è solo un modo diverso e, conseguentemente, i bambini che crescono in questo ambiente avranno da adulti un atteggiamento diverso nei confronti dei conflitti. Anche se questi modi di comportarsi possono essere tipici del nord o del sud del pianeta, ciò non vuol dire che essi siano innati. Sono infatti sempre acquisiti. Sono comportamenti che apprendiamo all’interno delle nostre famiglie. I bambini nascono con un atteggiamento nei confronti dei conflitti simile a quello che abbiamo schizzato precedentemente nei punti 1) e 2). Ciò che manca loro è la più importante capacità di negoziazione, cioè il linguaggio verbale e la capacità di utilizzarlo per esprimere se stessi. Proprio come nella maggior parte dei campi di sviluppo dei bambini piccoli, dove si comincia con le funzioni motorie di base (i grandi movimenti dei grandi muscoli) e si finisce con le funzioni motorie sottili (i piccoli movimenti dei piccoli muscoli, come ad esempio le corde vocali), così anche nei conflitti i bambini cominciano con l’esprimere la frustrazione “con le braccia e con le gambe”.
Per quanto concerne l’elaborazione dei conflitti con l’aiuto del linguaggio (una funzione motoria sottile), i bambini imparano quasi esclusivamente tramite i loro modelli, ovvero con l’esempio dei genitori, il cui modo di comportarsi essi imiteranno. In questo caso, come in tutti gli altri, è importante quindi sottolineare che i bambini imparano dal modo in cui noi ci comportiamo, non dal modo in cui diciamo loro di comportarsi. Quando avranno sei o sette anni, li vedremo comportarsi come noi e, visto che nessuno di noi è perfetto, nemmeno loro lo saranno.

Gli adulti possono imparare dai bambini

Anche se i bambini più piccoli utilizzano sempre le “braccia e le gambe” nelle situazioni di conflitto, la maggior parte di noi può imparare qualcosa dall’estrema naturalezza con cui essi esprimono i loro bisogni. Molti rapporti di coppia o rapporti tra genitori e figli funzionerebbero molto meglio se tutti imparassimo ad utilizzare con naturalezza frasi fondamentali come: “Voglio”, “Non voglio”, “Mi piace”, “Non mi piace”, “Mi va”, “Non mi va”. La maggior parte dei bambini conserva la capacità di abbinare alle parole la giusta “musica”, ovvero urlano quando sono frustrati, piangono quando sono dispiaciuti, gridano quando sono arrabbiati. Molti adulti invece perdono queste importanti capacità a scapito della qualità delle loro vite.
I bambini devono imparare da noi il linguaggio con cui affrontare i conflitti, che non significa imparare ad ”affrontare ragionevolmente le cose”, a “prenderla con calma” o ad “essere giudiziosi”: l’uomo infatti non è un essere razionale, specialmente quando entra in conflitto con se stesso e con gli altri!
I bambini possono imparare da noi: come fanno mamma e papà quando litigano tra di loro? Come si comportano mamma e papà quando entrano in conflitto con noi? Come sempre i bambini diventano uno specchio in cui possiamo vedere noi stessi nel modo più chiaro possibile e come sempre sono un’ispirazione ad osservare i nostri comportamenti e a migliorarci.
In quanto adulti, possiamo insegnare ai bambini a leggere, a scrivere e a contare. Possiamo insegnare loro a non attraversare col rosso e tutta una serie di necessarie competenze pratiche. Ma per quanto riguarda le cose importanti della vita, sono spesso loro che possono insegnarci di più – anche se sono “condannati” a imitarci.

Come possiamo intervenire

In un certo è semplice dare delle indicazioni su come si può intervenire in un conflitto. Bisogna essere sinceri, riflessivi ed evitare di criticare e di schierarsi. Prima si dovrebbe riflettere sul perché si sente il bisogno di intervenire in un conflitto tra bambini. È perché noi odiamo i litigi e confondiamo la mancanza di conflitti con la felicità e l’armonia? Se è così, aspettiamo un momento. È perché il litigio è troppo distruttivo, troppo feroce? Se è per questo, aspettiamo comunque un attimo e poi diciamo qualcosa del tipo: “Smettetela!”, “Basta!” e gridiamo pure forte quanto ne abbiamo bisogno. Deve essere efficace. Non servono commenti poco convincenti come: “Non potreste smettere? Sto perdendo la pazienza …” (in tono lamentoso); oppure: “Siete insopportabili tutti e due, non potreste ascoltare quello che vi si dice?!” (in tono accusatorio); o ancora: “Basta, adesso devi tener conto che lui è più piccolo!” (in tono critico); o infine: “Ma che avete? Perché non potete giocare calmi e tranquilli insieme?” (con tono impotente).
Una volta interrotto il conflitto, si possono aiutare i bambini a trovare le parole giuste per esprimersi, cioè le parole che si nascondono veramente dietro ai loro insulti reciproci:

  • Cominciamo chiedendo ad entrambe le parti: cosa vorresti? Ascoltiamo attentamente le risposte evitando di giudicarle.
  • Controlliamo che i bambini si ascoltino a vicenda ed eventualmente chiediamo loro di ripetere il succo della risposta dell’altro.
  • Chiediamo al bambino o alla bambina da cui è partito il conflitto se ciò che desidera è possibile da ottenere. Se non lo è, chiediamogli/le di esprimere come lo/la fa sentire questa cosa. Chiediamogli di fare lo stesso anche se il suo desiderio è realizzabile.
  • Concludiamo ringraziandoli per l’aiuto.
  • Ricordiamoci sempre che l’adulto è un mediatore, non un giudice.

Fatto questo, il compito dell’adulto è terminato. I bambini sono diventati un po’ più consapevoli di se stessi e dell’altro e tra gli otto e i dieci anni avranno imparato a gestire i loro conflitti. Se cominciamo a praticare questa “procedura” quando sono già grandi, non ci vorrà molto tempo prima che imparino, ma non pensiamo che i conflitti possano cessare prima di un anno o forse più. Non si raggiunge nessuno scopo facendo le prediche o impartendo colpe e giudizi. Anzi, rischiamo di insinuare un nuovo conflitto nei bambini o tra di loro, frenando così il loro apprendimento.
In alcune famiglie i litigi tra i bambini sono frequentissimi: è come se ogni minima cosa possa far scoppiare una lite. In una situazione simile può essere utile riunire tutta la famiglia e fare una chiacchierata approfondita su cosa ci può essere sotto. Sono tre i luoghi in cui cercare: nella relazione tra gli adulti e i bambini, nel rapporto degli adulti tra di loro e infine in quello dei bambini
tra di loro. Le cause di un alto livello di conflittualità permanente, raramente si trovano nel rapporto tra i bambini.
Per concludere: come genitori siamo spesso sottoposti a un incontrollabile bisogno di renderci utili educando, insegnando ecc. Spesso questo nostro darci da fare è più per noi stessi che non per i bambini. Se non riusciamo a sopportare che i bambini litighino tra di loro, proviamo ad abbandonare la scena. Chiudiamo la porta, andiamo in un’altra stanza, facciamo una passeggiata. Spesso i bambini imparano meglio e più velocemente quando noi non ci immischiamo.

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