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QUARANTACINQUE ANNI, IL LINGUAGGIO DI COPPIA

Il film è contrassegnato visivamente da due eventi atmosferici/naturali che fanno da sfondo al momento che i protagonisti vivono individualmente e in coppia :

– la nebbia (qualcosa limita la visibilità)

– la riemersione di un ghiacciaio (qualcosa che era nascosto diventa visibile)

Così come  la nebbia che circonda il paesaggio anche la comunicazione fra i protagonisti  si svolge su un doppio registro in cui c’è una netta differenza tra le parole dette (visibili) e quelle taciute (invisibili). Insomma il contenuto ed il processo non sono in conformità ed in questi casi, a livello di comunicazione  è il processo ad assumere più importanza quindi proprio quello che non vogliamo comunicare è ciò che arriva con forza all’interlocutore.

 

Infatti in questa coppia “apparentemente felice” pare mancare l’autenticità cioè la possibilità di mostrare i propri sentimenti e pensieri all’altro per poter condividere un’ esperienza. Ed è in questa situazione apparentemente statica, alla vigilia dei festeggiamenti dell’anniversario di 45 anni di matrimonio, ecco arrivare un evento inaspettato :  una lettera per lui che suscita da subito la curiosità di entrambi  e li manda in crisi.

Sarà necessario uno spazio di riflessione e di traduzione, “serve un vocabolario ” diranno all’arrivo della lettera, scritta in una lingua straniera che entrambi conoscono ma male. Servirà allora recuperare quel passato interrotto (etimologicamente la parola viene da inter [fra- in mezzo] e rumpere [rompere] rompere in mezzo quindi ed interrompere la continuità fra un elemento e l’altro) e come tale inesprimibile prima di poter comunicare davvero. In effetti fra i due si crea una vera e propria frattura;il ghiacciaio ha riportato alla luce un precedente amore di lui morto tanto tempo fa, una storia  mai realizzata compiutamente e così la patina di questa coppia si scioglie aprendo ad una emotività dolente e furiosa. Il volto di Kate lascia intuire rabbia e delusione ed i silenzi di Geoff si accompagnano a confessioni che  la “offendono” senza che lui se ne accorga troppo preso ad elaborare il lutto. Le parole della donna sono chiare e descrivono molto chiaramente cosa sta accadendo:

“Non ci conoscevamo tu ed io. Entrambi abbiamo avuto un periodo spiacevole, non ne abbiamo mai  parlato”

Però i due continuano a rimanere in silenzio. Ma se questo spazio di elaborazione per Geoff diventa una spinta a muoversi ed uscire, ad alzarsi di notte per andare a guardare le foto del passato amore proprio mentre lei fa notare che di loro foto non ce ne sono, per lei questo è il momento della tristezza e della paura di non essere amata. In un bellissimo dialogo fra i due questo appare con evidenza:

 

“E’ un peccato che non abbiamo qualche foto in più in casa… ora che siamo diventati vecchi è un peccato ”

” Di che cosa vorresti  avere una foto?”

“Di te … della nostra prima casa … probabilmente adesso non lo realizziamo ma quei momenti erano il senso della vita”

 

Alla vigilia dei festeggiamenti per il loro anniversario i due litigano e mentre lui è desideroso di ricominciare lei è piena di interrogativi sul loro rapporto e spaventata dall’idea di essere stata un ripiego/un amore di serie B. La rabbia infatti in una relazione si innesca quando il bisogno di sentirsi importante per l’altro viene a mancare ed allora anziché mostrarci tristi ci mostriamo forti diventando aggressivi verso il partner di cui vogliamo sottolineare le mancanze (Juul,2012)[1]

Il giorno della festa arriva e nel salone li attendono gli amici col primo regalo, una raccolta di foto dei loro anni insieme che testimoniano come sono visti dagli altri e ciò commuove entrambi.

L’altro momento che segna la festa è il discorso di lui che lei “teme” e suona così:

” Abbiamo fatto questa scelta 45 anni fa, abbiamo avuto i nostri alti e bassi ma voglio dire che persuadere te a sposare me è stata la cosa migliore che io abbia fatto. Mi dispiace che tu non lo abbia sempre saputo”

In una storia, a maggior ragione così lunga, la relazione d’amore dovrebbe passare dall’essere innamorati, sentirsi bene con l’altro, all’imparare gradualmente ad amarsi l’un l’altro ovvero amare l’altro alle sue condizioni accettando la sua differenza[2]. Qui mentre Geoff afferma con il suo linguaggio personale la propria volontà parlando di scelta e si assume la responsabilità di non essere stato in grado di comunicare l’amore in modo efficace alla propria compagna (mi dispiace che tu non la abbia sempre saputo dice)  parla anche di persuasione (ha indotto lei a sposarlo e lei si è fatta indurre).

L’ultima inquadratura è proprio sullo sguardo di Kate che non sappiamo se è persuasa dalle  parole del marito ma che mentre ballano pare perdersi ad ascoltare la loro canzone forse per la prima volta:

 

… Mi dissero che un giorno avrei scoperto

che l’amore è cieco

e che quando il tuo cuore è in fiamme

devi renderti conto

che hai il fumo negli occhi

Allora mi presi gioco di loro

e risi allegramente

al pensiero che essi potessero

mettere in dubbio il mio amore

ma ora che il mio amore è volato via

sono senza il mio amore

Ora gli amici mi deridono

ed io non posso nascondere le lacrime

allora sorrido dicendo

quando la fiamma d’amore si spegne

tu hai il fumo negli occhi

tu hai il fumo negli occhi.[3]

[1] Bambini con le spine, Feltrinelli, Milano,2012

 

[2] Juul, dalla coppia alla famiglia seminario di ispirazione, materiale riservato

[3] “Smoke gets in your eyes / No matter what you are” (1958)

 

Un angelo alla mia tavola,1990, Jane Campion

Autenticità e scrittura, il percorso di conquista di se stessa

 

D’ora in ora più selvatica. Lo so.

Da tanti anni divorata,

tagliata, ritagliata,i rami costretti a destra e a manca,

mi slanciai, fiorendo, minuti fiori bianchi

sopra gli steccati fisso in viso le persone

Mi guardano le api, mi ha preso in manto il vento

Forte e aspro è il mio gusto, rigogliose le mie fronde.

Si acciglia la gente, se vede che metto ancora una radice

(Janet Frame)

 

Il film si basa sull’autobiografia di Janet Frame scritta quando la donna aveva sessant’anni e ne ripercorre l’infanzia, il ricovero in manicomio ed infine il ritorno a casa.

L’infanzia di Janet è contrassegnata subito dai lutti, dalla malattia del fratello e da quel manicomio, lontano ma non troppo, che vede da bambina.

Sin da piccola  Janet incontra un mondo adulto incapace di coglierne l’originalità ed a scuola si scontra con una pedagogia che oggi faremmo rientrare in quella che viene definita “pedagogia nera”[1].

La vergogna e la paura nel sistema scolastico dell’epoca venivano utilizzate per assoggettare i bambini  ed insegnare loro l’obbedienza, come ben si vede in alcune scene del film, ad esempio alla scuola primaria quando impara che la “verità” è quella che gli adulti vogliono che sia e  più tardi al liceo riguardo al quale scrive:

qualsiasi cosa rendesse il nostro aspetto diverso dalle altre era causa di sgomento e preoccupazione(Janet Frame,1999)[2]

Quell’obbedienza però finisce per diventare alienazione a noi stessi:

“Se un piccolo obbedisce alla volontà di un adulto potente automaticamente aliena alla propria ” (Arno Grün , 2003)[3]

La finzione/alienazione è  proprio lo strumento che Janet adotta: resta in silenzio oppure si adatta a quello che gli altri credono sia il meglio per lei. Qui è chiaro il conflitto della piccola fra integrità e collaborazione di cui Juul parla nei suoi libri; egli ci ricorda che i bambini studiano gli adulti prima di esprimere i loro sentimenti oscillando continuamente fra la necessità di mantenere la propria integrità e la collaborazione con le figure di riferimento. In questo percorso però, pur di ottenere approvazione ed amore, la condizione base della sopravvivenza di ciascun individuo, gli esseri umani sono disposti a sacrificare la propria integrità e rinunciare a loro stessi proprio come fa Janet. La protagonista del film lo fa sin da piccola e continua a farlo nel corso della sua vita scegliendo ad esempio la professione di maestra, la più accettabile per una donna ma anche quella più lontana dalle sue reali inclinazioni.

Janet diventa infatti una pessima insegnante, incapace di accettare se stessa e per questo non in grado di stabilire una buona relazione con gli allievi finchè un giorno l’arrivo di un ispettore in classe per valutare i suoi metodi d’insegnamento la terrorizza a tal punto che fugge e tenta il suicidio.

Dopo questo episodio la donna abbandona l’insegnamento e dichiara “io voglio fare la scrittrice “; per la prima volta quindi utilizza il suo linguaggio personale. Descrive cioè con precisione i suoi desideri ed afferma la propria volontà, consapevole  delle sue necessità e del fatto che non vuole fare la maestra. Il “problema” è che sebbene fin da bambini gli esseri umani siano capaci di riconoscere i propri bisogni e desideri essi dipendono dalla capacità e disponibilità di chi se ne occupa per riconoscere le loro competenze e il diritto di prendersi la responsabilità personale circa la propria vita. Ciò significa che le  persone con cui interagiamo da piccoli devono accogliere l’altro come diverso da sé ed accettare che si esprima con le proprie particolarità; una cosa questa che nella vita della protagonista è sempre mancata e continuerà a mancare per molto tempo.

Infatti anche nel suo percorso universitario Janet, in cerca continua di conferme, subisce la fascinazione di un professore che ne scorge il talento ma che di fronte al malessere della donna ed al racconto che Janet fa del suo tentato suicidio la invita ad un breve ricovero volontario all’ospedale di Dudin. La donna nuovamente accetta quello che gli altri dicono essere meglio per lei e comincia il suo calvario nell’ospedale dove resta 8 anni subendo 200 elettroshock. Janet in realtà comprende da subito di non essere come le schizofreniche che la circondano anche se è quella sua diagnosi e vi si adatta.[4]

Per fortuna un riconoscimento per il suo primo romanzo e l’arrivo di un nuovo direttore in ospedale fanno sì che Janet riesca ad uscire per ritornare a casa. Questo percorso però non sarà per nulla facile per la donna segnata da un aborto che fa riaffiorare le sue angosce .

Janet spaventata cercherà ancora rifugio in una diagnosi medica per capire che cosa le stia succedendo e per trovare una risposta al proprio disagio. Lo psichiatra a cui si rivolge però questa volta le dice chiaramente che lei non è schizofrenica e la invita ad utilizzare la scrittura, ma stavolta non per fuggire bensì per trovare se stessa “scriva di quel periodo, dell’ospedale e se qualcuno vuole che socializzi non lo faccia”.

Janet inizia così a scrivere un nuovo romanzo e intraprende un percorso di psicoterapia una volta la settimana ed ecco che di fronte alla richiesta del proprio agente di scrivere qualcosa “di più facile”, un best seller, la donna rifiuta:

“sapevo di avere già recitato quella parte, a casa, da bambina, a scuola, all’università : ligia alle regole, 《la buona》liberata dal male, mai indotta in tentazione. Ma mentre allora gli elogi mi avevano dato una sensazione di dolciastro autocompiacimento, adesso mi davano poca soddisfazione, perché nell’aritmetica dei miei trentadue anni erano una  sottrazione piuttosto che  un’addizione alla stima che avevo di me stessa”[5]

 

Alla fine quindi la protagonista prende coscienza di sé e questo le consente di “avere la forza di dire sì o no quando è adeguato e necessario alla nostra salute psichica ed al nostro benessere sociale” (Juul,2012)[6].

Il resto come si direbbe è storia, Janet torna a casa ed è lì che scrive, vive e poi muore ad 80 anni.

[1] L’espressione pedagogia nera è stata coniata dalla sociologa tedesca Katharina Rutschky  che negli anni ’70 ha pubblicato un libro in cui elenca le raccomandazioni pedagogiche in voga in Germania basate sui metodi pedagogici messi a punto nella prima metà dell”800 dal medico ortopedico e pedagogoDaniel Gottlieb Moritz Schreber. L’obiettivo di quest’ultimo era di rendere i bambini ubbidienti e sottomessi all’adulto, e a tal fine elaborò un complesso sistema educativo che avrebbe portato ad  “una società e a una razza migliori”.

[2] Un angelo alla mia tavola, Einaudi, Torino, 1999

[3] Vortrag bei den 53. Lindauer Psychotherapiewochen am 12. April 2003 (traduzione mia)

[4] In realtà abbiamo qui una tipica diagnosi di schizofrenia errata che legge il processo dissociativo messo in atto adattativamente da un individuo di fronte ad un ambiente ostile come segno di malattia mentale. Dice a tal proposito  Ferenzi “ a partire dal momento in cui, ammaestrati da un’esperienza amara, si è perduta la fiducia nella benevolenza dell’ambiente, si produce una persistente scissione della personalità …” (Ferenczi,1932)

[5] Un angelo alla mia tavola, Einaudi, Torino, 1999

[6] Bambini con le spine, Feltrinelli, Milano,2012

 

IL TERZO TEMPO CRESCERE IN SQUADRA

 

Samuel “ragazzo difficile” esce dal carcere minorile per l’ennesima volta ed è affidato a Vincenzo assistente sociale che sta vivendo un momento personale difficile ritrovatosi  vedovo e con una figlia adolescente. Un rapporto difficile o meglio un non rapporto si innesca tra i due , ognuno arroccato nel proprio dolore e non disponibile ad un incontro reale. Infatti comincia una sfida a chi cede e svela per primo se stesso all’altro rendendosi disponibile; insomma manca in ciascuno dei due la capacità e volontà di mostrare la propria autenticità all’altro (i propri sentimenti, le intenzioni e pensieri) per creare una relazione.

Inizialmente Vincenzo fa il suo “mestiere” ed infatti come da prassi trova a Samuel un lavoro da bracciante in un’azienda agricola; un lavoro che  il ragazzo odia così come il rugby  che invece è la passione di tutti quelli che lo circondano primo fra tutti dell’assistente sociale ex giocatore ed allenatore di  una squadra che rischia la retrocessione. In una situazione che non ha scelto e non riesce a capire, Samuel è ancora solo con se stessoe rifiuta di farsi aiutare. Vincenzo dal canto suo non si sforza neanche di andargli incontro ed è così che il ragazzo di nuovo si mette in una condizione che sa lo porterebbe indietro in carcere .

Ma Vincenzo ad un certo punto pare recuperare il suo ruolo adulto e gli offre un’altra “ultima occasione” costringendolo a giocare a rugby. In realtà non ha nessuna intenzione di condividere questa sua passione con il ragazzo e anche quando decide di farne un giocatore  lo fa per un interesse egoistico (è veloce, forte e quindi potrebbe salvare la squadra).

Ecco perché questa non è una vera occasione manca ancora la capacità di vedere il ragazzo come un soggetto con una pari dignità di cui va rispettata l’integrità. In effetti  uno dei tanti modi in cui si può violare l’integrità di un soggetto è l’imposizione di pratiche buone e necessarie (il rugby) ed ideologiche (imposizione del rugby da parte di una parte che lo ama a qualcun altro che lo fa per non andare in galera e successivamente per mostrare la forza/essere vincente).

Ricorda Juul nel libro “dall’obbedienza alla responsabilità”  che per ottenere buoni risultati durante il nostro percorso di “assistenza” l’oggetto della nostra attenzione deve essere lo stesso del nostro studente o paziente o cliente. Dobbiamo essere lì dove si trova perché:

         Nessuno può obbligare un altro individuo a crescere

         Nessuno può crescere senza prima accettare se stesso per come è in quell’ambiente

         Per un buon risultato si deve instaurare un rapporto saldo

 

Prima di accedere alla squadra infatti Samuel dovrà fare un lavoro su se stesso  in termini di limiti e responsabilità personale e solo dopo potrà accedere alla squadra passando anche attraverso un iniziale rifiuto.  Il ragazzo dovrà comprendere a livello di gioco ed al contempo esistenziale chi è come persona con i suoi bisogni, desideri ma anche limiti umani che necessariamente deve integrare per andare avanti e crescere nella sua persona.  Dovrà assumersi la responsabilità di sé ma anche a comprendere che fa parte di una comunità sviluppando una responsabilità sociale che a quel punto non è più rinuncia a se stessi o resa ma visione di sé stessi come parte della “famiglia umana”.

Nel film questo si vede chiaramente quando Samuel  ormai appassionato al gioco non riesce ancora a far parte della squadra e  non riesce a passare la palla perché vuole farcela da solo. Ma proprio la capacità di comprendere che si vince/perde  insieme  è il tratto caratteristico di questo sport tradotto in quell’azione tipica del rugby di passare la palla indietro “ se so che l’unico supporto possibile è quello che può arrivarmi da dietro le spalle mi sento, appunto, spalleggiato, letteralmente con le spalle coperte, mi sento supportato, portato su, avanti … Il concetto di squadra sta in questa verità elementare: io devo supportare chi avanza[1]

Ed infine c’è la comprensione del famoso terzo tempo[2] Samuel dice “ma perché sta cosa?” in un modo che per lui è caratterizzato da vincitori e perdenti, forti e deboli, non esiste l’avversario sportivo ma il nemico  e quindi gli risulta incomprensibile quello che è il cuore di questo sport  cioè finito l’incontro non ho avversari ma persone, forse amici, con cui ho condiviso un’esperienza.

Senza anticipare troppo del film potremmo dire che l’esito di questo percorso è tradotto nelle belle parole che Samuel dice alla squadra nello spogliatoio in un momento critico della partita per motivarli offrendo stavolta lui un occasione non solo a se stesso ma anche agli altri:

Io non ci credo negli sfigati, nei perdenti, nei falliti. Vedere sempre le cose al peggio ti aiuta, ti protegge

 però ti puoi pure sbagliare

 

[1] Matteo Rampin, Mauro Bergamasco, Mirco Bergamasco, “Andare Avanti guardando indietro”,Ponte Alla Grazie, 2011

[2] Il terzo tempo è il momento dopo la partita in cui la squadra di casa ospita quella avversaria nella propria club house insieme alle proprie famiglie, i tifosi, l’arbitro per mangiare e bere insieme.